Dal 2 febbraio 2026 è attivo il PortalTermico 3.0 per la presentazione delle richieste di incentivo. E già nelle prime settimane il segnale è stato inequivocabile: con un comunicato del 3 marzo 2026 il GSE ha annunciato la sospensione temporanea della presentazione di nuove richieste a causa di un'affluenza senza precedenti.
Non è una notizia di colore. L’avvio del nuovo meccanismo sta generando una forte accelerazione della domanda, spesso guidata dalla leva incentivante più che da una strategia energetica di lungo periodo. Ed è qui che si gioca la vera differenza: tra chi accede all’incentivo e chi lo utilizza per costruire valore.
Il CT 2.0: cosa ha funzionato e cosa no
Per capire il valore del nuovo strumento, è necessario fare i conti con il passato. Il Conto Termico 2.0, in vigore dal 2016, ha distribuito risorse crescenti per quasi un decennio, toccando il picco nel 2024. Eppure, un’analisi onesta dei risultati racconta una storia parziale: lo strumento è stato utilizzato prevalentemente per interventi a bassa complessità — relamping, sostituzione di caldaie, piccoli adeguamenti impiantistici — con impatto limitato sulla struttura energetica complessiva degli edifici.
Non si tratta di un giudizio sul passato, ma di una premessa necessaria. Se il meccanismo incentiva ciò che è facile e veloce, il mercato risponde con ciò che è facile e veloce. Il CT 3.0 prova a correggere questa traiettoria.
CT 3.0: il cambio di paradigma
Il Conto Termico 3.0 dispone di una dotazione finanziaria di circa 900 milioni di euro annui e prevede contributi in conto capitale generalmente compresi tra il 40% e il 65% delle spese ammissibili, con percentuali più elevate in specifici casi (fino al 100% per alcune PA).
Ma la vera novità non è nel budget — è nell’approccio.
Il fuoco si sposta dall’impianto all’edificio nel suo complesso. Non più solo la sostituzione della caldaia o l’aggiornamento del sistema di illuminazione: Il decreto incentiva interventi integrati sull’involucro (isolamento e serramenti) combinati con sistemi di generazione da fonti rinnovabili, premiando i progetti più performanti e favorendo riqualificazioni profonde dell’edificio.
È un salto qualitativo che richiede competenze diverse, una progettazione più ambiziosa e una visione di lungo periodo.
Particolare attenzione è riservata ai piccoli Comuni, alle scuole e alle strutture sanitarie, per i quali sono previste condizioni di accesso più favorevoli e, in specifici casi, incentivi contributi fino al 100% delle spese ammissibili. Un segnale preciso su dove il legislatore vuole orientare le risorse.
Il ruolo centrale della ESCo
In questo scenario, il ruolo della ESCo cambia radicalmente. Se nel CT 2.0 era spesso un soggetto tecnico abilitante, nel nuovo quadro diventa partner strategico a tutto tondo: progetta l’intervento, struttura il finanziamento, garantisce i risparmi certificati e si assume il rischio di performance nel tempo.
È un modello che richiede più competenze e più solidità strutturale. Ma è anche l’unico che consente agli enti pubblici — spesso privi di risorse proprie e capacità tecnica interna — di realizzare interventi di riqualificazione profonda senza anticipare capitali.
Un elemento spesso sottovalutato riguarda i costi accessori di certi interventi: le pompe di calore di grande taglia, ad esempio, richiedono cabine MT e adeguamenti della distribuzione elettrica che, se non correttamente pianificati, alterano i tempi di rientro dell’investimento.
La combinazione tra interventi sull’involucro e sulla generazione consente di ridurre il fabbisogno energetico, ottimizzare il dimensionamento degli impianti e stabilizzare i flussi di cassa, migliorando il profilo rischio/rendimento e rendendo i progetti attrattivi.
Le questioni aperte con il GSE
Il settore guarda al GSE con aspettative precise su tre fronti.
Il primo è la chiarezza sulla gestione delle domande. La sospensione del portale a meno di un mese dall’apertura ha mostrato che il meccanismo di accesso va ripensato. La corsa al Click Day — premiare la velocità rispetto alla qualità dei progetti — genera distorsioni evidenti e blocca risorse preziose a vantaggio di interventi di scarso impatto. Una gestione più razionale, con istruttorie continue e criteri qualitativi, sarebbe un salto di maturità del sistema.
Il secondo è la stabilità normativa. Le ESCo investono su orizzonti pluriennali: pipeline di progetti, strutture operative, competenze specialistiche. Un quadro regolatorio instabile o soggetto a revisioni frequenti rende impossibile pianificare con responsabilità.
Il terzo riguarda la trasparenza sul contatore delle risorse. Sapere in tempo reale quante risorse sono disponibili e con quali tempi vengono allocate è condizione indispensabile per evitare blocchi inutili di liquidità e progettualità.
Cosa fare adesso
Il CT 3.0 è operativo. Le risorse ci sono. Il quadro normativo, pur con le sue imperfezioni operative, è il più favorevole degli ultimi anni per chi vuole affrontare una riqualificazione energetica seria del proprio patrimonio immobiliare.
Per gli energy manager e i decision maker che gestiscono edifici pubblici o patrimoni immobiliari complessi, questo è il momento di valutare con concretezza quali interventi sono cantierabili, quali risparmi sono garantibili e come strutturare un piano finanziario che regga nel tempo.





