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Conto Termico 3.0

come trasformare un incentivo in una strategia di lungo periodo

Il CT 2.0: cosa ha funzionato e cosa no

Per capire il valore del nuovo strumento, è necessario fare i conti con il passato. Il Conto Termico 2.0, in vigore dal 2016, ha distribuito risorse crescenti per quasi un decennio, toccando il picco nel 2024. Eppure, un’analisi onesta dei risultati racconta una storia parziale: lo strumento è stato utilizzato prevalentemente per interventi a bassa complessità — relamping, sostituzione di caldaie, piccoli adeguamenti impiantistici — con impatto limitato sulla struttura energetica complessiva degli edifici. 

Non si tratta di un giudizio sul passato, ma di una premessa necessaria. Se il meccanismo incentiva ciò che è facile e veloce, il mercato risponde con ciò che è facile e veloce. Il CT 3.0 prova a correggere questa traiettoria. 

 

CT 3.0: il cambio di paradigma

Il Conto Termico 3.0 dispone di una dotazione finanziaria di circa 900 milioni di euro annui e prevede contributi in conto capitale generalmente compresi tra il 40% e il 65% delle spese ammissibili, con percentuali più elevate in specifici casi (fino al 100% per alcune PA). 

Ma la vera novità non è nel budget — è nell’approccio. 

Il fuoco si sposta dall’impianto all’edificio nel suo complesso. Non più solo la sostituzione della caldaia o l’aggiornamento del sistema di illuminazione: Il decreto incentiva interventi integrati sull’involucro (isolamento e serramenti) combinati con sistemi di generazione da fonti rinnovabili, premiando i progetti più performanti e favorendo riqualificazioni profonde dell’edificio. 

È un salto qualitativo che richiede competenze diverse, una progettazione più ambiziosa e una visione di lungo periodo. 

Particolare attenzione è riservata ai piccoli Comuni, alle scuole e alle strutture sanitarie, per i quali sono previste condizioni di accesso più favorevoli e, in specifici casi, incentivi contributi fino al 100% delle spese ammissibili. Un segnale preciso su dove il legislatore vuole orientare le risorse. 

 

Il ruolo centrale della ESCo

In questo scenario, il ruolo della ESCo cambia radicalmente. Se nel CT 2.0 era spesso un soggetto tecnico abilitante, nel nuovo quadro diventa partner strategico a tutto tondo: progetta l’intervento, struttura il finanziamento, garantisce i risparmi certificati e si assume il rischio di performance nel tempo. 

È un modello che richiede più competenze e più solidità strutturale. Ma è anche l’unico che consente agli enti pubblici — spesso privi di risorse proprie e capacità tecnica interna — di realizzare interventi di riqualificazione profonda senza anticipare capitali. 

Un elemento spesso sottovalutato riguarda i costi accessori di certi interventi: le pompe di calore di grande taglia, ad esempio, richiedono cabine MT e adeguamenti della distribuzione elettrica che, se non correttamente pianificati, alterano i tempi di rientro dell’investimento.  

La combinazione tra interventi sull’involucro e sulla generazione consente di ridurre il fabbisogno energetico, ottimizzare il dimensionamento degli impianti e stabilizzare i flussi di cassa, migliorando il profilo rischio/rendimento e rendendo i progetti attrattivi. 

 

Le questioni aperte con il GSE

Il settore guarda al GSE con aspettative precise su tre fronti. 

Il primo è la chiarezza sulla gestione delle domande. La sospensione del portale a meno di un mese dall’apertura ha mostrato che il meccanismo di accesso va ripensato. La corsa al Click Day — premiare la velocità rispetto alla qualità dei progetti — genera distorsioni evidenti e blocca risorse preziose a vantaggio di interventi di scarso impatto. Una gestione più razionale, con istruttorie continue e criteri qualitativi, sarebbe un salto di maturità del sistema. 

Il secondo è la stabilità normativa. Le ESCo investono su orizzonti pluriennali: pipeline di progetti, strutture operative, competenze specialistiche. Un quadro regolatorio instabile o soggetto a revisioni frequenti rende impossibile pianificare con responsabilità. 

Il terzo riguarda la trasparenza sul contatore delle risorse. Sapere in tempo reale quante risorse sono disponibili e con quali tempi vengono allocate è condizione indispensabile per evitare blocchi inutili di liquidità e progettualità. 

 

Cosa fare adesso

Il CT 3.0 è operativo. Le risorse ci sono. Il quadro normativo, pur con le sue imperfezioni operative, è il più favorevole degli ultimi anni per chi vuole affrontare una riqualificazione energetica seria del proprio patrimonio immobiliare. 

Per gli energy manager e i decision maker che gestiscono edifici pubblici o patrimoni immobiliari complessi, questo è il momento di valutare con concretezza quali interventi sono cantierabili, quali risparmi sono garantibili e come strutturare un piano finanziario che regga nel tempo. 

 

Possiamo aiutarti a fare questa valutazione. 

Contattaci per una consulenza: analizziamo insieme il tuo patrimonio edilizio, stimiamo i risparmi raggiungibili e costruiamo con te la roadmap di intervento più efficace. 
Scrivici alla mail gsebastiani@cpl.it